Archive for the 'Scienza e Ambiente' Category

O noi o loro…

Faccio una semplice proposta. Che avrebbe anche il vantaggio di sgombrare il campo dall’immancabile affermazione “i biocarburanti affamano il mondo”.
Propongo di autorizzare per la produzione di biocombustibili solo i terreni attualmente impiegati per la produzione di foraggio per bovini.
Questo semplice vincolo consentirebbe di evitare che la conversione di terreni contribuisca all’aumento del prezzo dei cereali. Ciò non sarebbe sufficiente a impedire l’aumento dei prezzi dei generi alimentari, che è legato solo in parte alla produzione di biocarburanti, ma avrebbe il pregio di innescare un circolo virtuoso.
La conversione dei terreni avrebbe invece un effetto sui prezzi delle carni, rendendo più facile raggiungere l’obiettivo di dimezzarne i consumi. Obiettivo tanto più urgente se si pensa che i consumi di carne in Cina sono passati dai 20 kg annui procapite del 1985, a 50 kg nel 2000. (e si prevede che raggiungeranno 70 kg tra 10 anni). Il tempo stringe, insomma.
Si potrebbe inoltre eliminare ogni contributo dell’Ue al settore dell’allevamento dei bovini. Qualche anno fa venne a conoscenza del grande pubblico il fatto che ogni mucca riceveva dall’Ue un contributo di un euro al giorno. In pratica, le mucche europee “guadagnano“ più di quel miliardo di persone che tuttora vivono con meno di un dollaro al giorno.
Non ha più senso sovvenzionare un settore che sottrae ingenti quantità di superficie alla destinazione che risolverebbe gran parte dei problemi causati dall’esaurimento delle scorte petrolifere. Non possiamo usare i nostri terreni, che diventano sempre più strategici e preziosi ogni giorno che passa, per sfamare un numero di bovini troppo elevato per le nostre esigenze.
E’ venuto il tempo di lottare per un corretto uso dei terreni agricoli. Biocarburanti e produzione di plastica (cfr. miei precedenti post) contro alimentazione dei bovini.
O noi, o loro.

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Io so come andrà a finire…

Sappiamo tutti, ormai, che un giorno il petrolio finirà. Parte del problema energetico verrà allora risolta dai biocarburanti, dall’energia idroelettrica, eolica, ecc. Ma, se anche la produzione di energia da fonti rinnovabili si rivelasse insufficiente, per le nostre esigenze di trasporto potremo sempre contare sulle biciclette, i muli, i nostri piedi….
Ma avete mai pensato che quando finirà il petrolio mancherà anche la materia prima da cui si ottiene la plastica? I polimeri da cui si ricavano le materie plastiche sono infatti tutti dei derivati del petrolio,
La sparizione della plastica dal nostro mondo avrebbe conseguenze drammatiche. Se alcuni oggetti di uso comune potrebbero essere facilmente realizzati con altri materiali, per moltissimi invece non esistono alternative. Potremo usare il legno per costruire un asse del WC, ma di sicuro non potremmo realizzare un telefonino o un computer di legno… Insomma, il mondo contemporaneo ha un così alto contenuto di tecnologia che non è in grado di fare a meno delle materie plastiche.
Prima di cominciare ad accusare un forte senso smarrimento di fronte alla prospettiva di un mondo senza plastica, vi dico subito che esiste una soluzione a questo problema. Una soluzione facile: la plastica cesserà di essere un derivato del petrolio e verrà prodotta a partire da prodotti agricoli. Niente panico: ce la faremo!
La plastica può innanzitutto essere prodotta dall’amido di mais. Già adesso dall’amido vengono ricavate le materie plastiche biodegradabili, come il Mater Bi dell’italiana Novamont. Semplicemente, in futuro dallo stesso ingrediente verranno prodotte anche plastiche non biodegradabili. Sia Novamont che DuPont sono già in grado oggi di produrre polimeri non biodegradabili dall’amido di mais.
Un’altra possibilità è la produzione di plastica dalle biomasse. Più esattamente, a partire dall’etanolo – prodotto dalla fermentazione di zuccheri – o dal bioetanolo ricavato dai materiali cellulosici della biomassa. Dall’etanolo si ricava l’etilene, mediante un processo di deidrogenizzazione ossidativa. Dall’etilene viene infine ottenuto, mediante un semplice processo di polimerizzazione, il polietilene, che è un polimero di base per numerosissime applicazioni.
In sostanza, la produzione di plastica da fonti rinnovabili in futuro non sarà un problema tecnico, ma solo di disponibilità di superfici agricole. La questione sarà quindi legata a quella dei biocarburanti e del consumo di carne (cfr. post del 7 Maggio 2008).
Ciò significherà che, tre secoli dopo, torneranno ad avere ragione i fisiocratici, che sostenevano che la vera base di ogni attività economica è l’agricoltura… I cinesi lo hanno capito: per questo stanno già facendo incetta di terreni coltivabili.

E gli agricoltori diventeranno gli sceicchi del ventiduesimo secolo.

I ragazzi che non spengono la luce

La metà dei giovani italiani non spegne la luce quando esce da una stanza. Lo ha accertato la prima indagine sulla percezione del problema dell’energia negli stili di vita quotidiani dei giovani promossa dal coordinamento Coldiretti Donne-Impresa.
Questo vuol dire che per molti l’uso di energia elettrica non viene percepito come consumo. E’ un gesto abituale, dato per scontato. La tv perennemente accesa in certe case, anche durante i pasti, viene vista come un fatto naturale, come l’acqua di un torrente che scorre (come osserva Michele Serra), senza minimamente avere coscienza delle conseguenze di un tale spreco (innanzitutto sul bilancio economico familiare!).
Si sa che in Europa ci sono 2 centrali elettriche in funzione esclusivamente per alimentare gli standby di televisori ed elettrodomestici, come ha ricordato anche Paolo Scaroni – AD dell’Eni – in una recente intervista.
Similmente: quante centrali in Europa sono in funzione per illuminare stanze vuote? A quanti MegaWatt ammonta lo spreco dei cittadini europei che non spengono la luce quando escono da una stanza?
Nell’intervista citata, Scaroni afferma che – solo per soddisfare l’incremento futuro della domanda – avremmo bisogno di costruire 70 centrali nucleari da qui al 2020. Scaroni definisce ciò “un’impresa disperata”.
Non sarebbe quindi meglio – prima di lanciarsi nella Mission Impossible nucleare – cercare di ridurre certe assurde forme di spreco di energia elettrica mediante iniziative di sensibilizzazione e una campagna informativa a tappeto? Avrebbe un costo inferiore di svariati ordini di grandezza rispetto alla costruzione di una settantina di centrali nucleari. Ripeto: svariati ordini di grandezza. E si avrebbero risultati nel giro di qualche mese, non di decenni.
Ma è così difficile educare i propri figli a fare attenzione a spegnere le luci?
Io una proposta ce l’avrei.
Fate presente al ragazzo che chi non spegne le luci quando esce da una stanza è una persona non al passo coi tempi: non si rende conto dei problemi contemporanei. In questo senso, erano di sicuro più moderni i suoi nonni. Quindi lui è un ANTICO.

Un giorno si chiederanno perchè noi si buttava via i metalli

Sì: lo avete mai pensato? Tra un secolo la gente avrà una pessima opinione su chi viveva attorno all’anno 2000.
Come sapete, per effetto dell’aumento della domanda da parte dei paesi emergenti (Cina, in primis), il prezzo di molti metalli raddoppia ogni 12-18 mesi. L’uomo più ricco del mondo è l’indiano Mittal, la cui azienda vende acciaio (alla Cina, in primis…). I furti di rame sono all’ordine del giorno e non risparmiano neanche le ferrovie, causando sempre più spesso la cancellazione di treni.
Qui sotto potete vedere il grafico dell’andamento dei prezzi del rame negli ultimi 30 anni. E’ chiaro che questo metallo sta diventando sempre più prezioso. Nel 2005 ha superato la quotazione di 6.500 dollari la tonnellata (cioè 4,2 euro al chilo), mentre nei primi mesi del 2008 ha raggiunto 6 euro e mezzo al chilo.
Lo stesso prezzo è stato raggiunto nei primi mesi del 2008 dall’alluminio. L’alluminio è un metallo duttile color argento che si trova principalmente nei minerali di bauxite. Forse non tutti sanno che il riciclaggio di una lattina di bibita consente di risparmiare il 95% dell’energia necessaria per la produzione di alluminio a partire dalla bauxite.
In pratica: producendo una lattina da bauxite si consuma 100, producendola mediante il riciclo di un’altra lattina si consuma 5.
Questo è il motivo per cui si fa la raccolta differenziata. Non per soddisfare quattro ambientalisti incazzosi, bensì per soddisfare il fabbisogno di materiali di recupero da parte dell’industria, che da anni riesce a risparmiare soldi (e ambiente) usando carta da macero e rifondendo metalli e vetro.
Aumentando la domanda mondiale di metalli, ne aumenterà la produzione e conseguentemente il fabbisogno di materiali provenienti dal riciclo. Ma andando avanti diventerà sempre più scarsa la loro disponibilità, dato che si tratta di risorse non rinnovabili. Sul nostro pianeta è presente una precisa quantità di ferro, rame, ecc. Finita quella: basta.
Per questo motivo in futuro riciclare sarà un’esigenza assoluta. La raccolta differenziata diventerà sempre più una pratica indispensabile e diverrà inconcepibile che una persona non la faccia. La scarsità di metalli raggiungerà un punto tale che tra un secolo o due gli studenti rimarranno allibiti apprendendo dai libri di storia che nel 2008 c’erano milioni di persone che buttavano contenitori di metallo nei rifiuti indifferenziati, destinati alla discarica. Lattine di alluminio, perdipiù. Per loro sarà un’azione assurda come usare una banconota per accendere una sigaretta.
Non riusciranno a crederci.
Ci odieranno.

I biocarburanti e il consumo di carne

Prima entreremo in quest’ottica e meglio sarà: per poter fronteggiare l’esaurimento del petrolio e progressivamente sostituire la benzina con i biocarburanti sarà indispensabile ridurre il consumo procapite di carne. Assolutamente indispensabile.
In queste settimane i giornali italiani lanciano continui allarmi che la diffusione dei biocarburanti affamerà il mondo. La questione in realtà non è proprio così.
Buona parte della superficie agricola utile (SAU) mondiale è destinato non all’alimentazione umana, bensì alla produzione di mangimi per animali. Negli USA circa il 50% della SAU è impiegato per la produzione di foraggio e mangimi.
Ma si tratta di un sistema terribilmente inefficiente. Assimilare una certa quantità di proteine mediante il consumo di carne significa impiegare da 2 a 5 volte più cereali rispetto all’assunzione della stessa quantità di proteine direttamente da cereali. Secondo i calcoli di Jeremy Rifkin, se nel mondo si dimezzassero i consumi di carne, la SAU così “liberata” potrebbe sfamare circa un miliardo di persone.
Quindi ridurre i consumi di carne consentirebbe di convertire i terreni attualmente destinati a nutrire il bestiame ad altri usi, come ad esempio la produzione di biocarburanti. Si tratta di un obiettivo non impossibile, se si pensa che il consumo procapite di carne negli USA è pari a 125 kg l’anno, cioè ben 340 grammi al giorno.
Sia ben chiaro che io non sono affatto vegetariano. Adoro la carne alla griglia e mi piacciono persino gli hamburger. Ma mangio carne solo una o due volte la settimana. Il mio consumo medio è quindi di 340 grammi alla settimana, non al giorno!
Non pretendo certo che tutti riducano i consumi ai miei livelli, ma è chiaro che dimezzare il consumo di carne negli USA significherebbe comunque mangiare una porzione di carne quasi tutti i giorni, o una porzione quotidiana di 170 grammi. E con tanti problemi di meno per l’obesità e le malattie cardiovascolari.
La rinuncia a un regime alimentare peraltro poco salutare consentirebbe di produrre su vasta scala i biocarburanti.
Mantenere inalterato l’abnorme livello di consumo invece costringerebbe a rinunciare alle nostre attuali abitudini in termini di mobilità. In pratica, se vorremo continuare a usare l’auto per andare ogni giorno al lavoro senza spendere 3.000 euro al mese di benzina, o per andare al cinema senza spendere più di carburante che di biglietto di ingresso, dovremo cominciare a considerare come comportamento antisociale il mangiare carne tutti i giorni.
Si tenga infine presente che la diminuzione dei consumi di carne sarebbe anche un passo verso la risoluzione del problema dell’effetto serra. L’allevamento del bestiame è infatti attualmente responsabile del 20% delle emissioni di gas serra, in misura addirittura superiore rispetto all’intero settore dei trasporti.